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the musical box
Si spengono le luci, il sipario resta chiuso e lo spettatoremediodiBattiatocioèio [1] comincia a sudare freddo, si ricorda un live preso per caso alla sala borsa di Bologna con archi di accompagnamento e nessun sintetizzatore, brani eseguiti con l’entusiasmo di un giocatore di curling. Sul palco salgono lui (lo scrivo con la lettera minuscola, per ora) e un sosia di Venditti al pianoforte, lui attacca con un brano sconosciuto che poi mi dicono essere stato composto da un musicista dell’800 su parole del Bardo in persona. Lo spettatore medio suda freddo. Attacca quindi il primo singolo del nuovo album, quel Tra sesso e castità che, mi ricordo da quel paio di ascolti alla radio (non ho comprato l’album: mancanza di fiducia, lo ammetto), esplode a un certo punto in un ritornello che salva il resto dalla mediocrità a cui purtroppo lui ci ha abituati negli ultimi anni. Ed è qui che lo spettatoremediocioèio tira un primo sospiro di sollievo (ce ne saranno molti altri durante la serata): il tendone bianco alle spalle del nostro cade rivelando una band che al primo impatto accende in testa un solo aggettivo, cazzuta. Tre ragazzi picchiano furenti sulla triade chitarra-basso-batteria, regalando un’esplosione del suddetto brano che mette i brividi, letteralmente. È un concerto rock, quello che il pubblico (compresi i numerosissimi oltre-il-mezzo-del-cammin-di-nostra-vita che affollano il Paladozza) ambiva e sperava dopo anni di violini e violoncelli con lui seduto su un tappeto e incursioni della nemesi Sgalambro a tramortire il pubblico di sbadigli. Quando attacca Strani giorni, lo ammetto, sbavo: non perché sia un capolavoro, Lui (qui per la prima volta nella serata Maiuscolo) ha scritto molto di meglio, ma si tratta di rock pestato e molto migliore dell’originale, cazzutocazzutocazzuto penso mentre io e il prode che mi accompagna ci guardiamo e annuiamo, pensando pericolo scampato. L’ora che segue non è tutta all’altezza: troppa concentrazione sull’ultimo periodo, brani eseguiti certamente meglio che nell’originale ma sempre lontani dai capolavori del decennio ’80: i migliori certamente Shock in my town, Sarcofagia, La cura che resta l’ultimo capolavoro regalatoci dal Nostro. È stato molto bello costruisce un atmosfera bassa e sospesa, merito anche delle luci blu diffuse che riscattano la piattezza di alcuni brani dell’ultimo album non propriamente indimenticabili (La porta dello spavento supremo, con voce registrata di Sgalambro, regala sì lo spavento supremo della serata: ma Lui si riprenderà in seguito, eccome). In mezzo a momenti incerti questa prima parte segnala almeno due sorprese da capogiro: Via lattea, grande incipit di quel Mondi lontanissimi che chiude il periodo della carriera di Battiato che in futuro, ne sono certo, sarà ricondotto al titolo elegiaco di “CavoloquelBattiatononnesbagliavauna”, una Via Lattea bella come in quel 33 giri del babbo con la copertina blu e nera; ed è forse qui che sta il problema della prima ora di concerto, ce ne rendiamo conto tutti accorgendoci delle mani che finalmente pestano l’una contro l’altra: di fronte a un capolavoro (mi sono ripromesso di non abusare di questa parola, ma nell’ultima parte della recensione non so se riuscirò a resistere) del genere è ovvio che le ultime sciocchezzuole perdano peso. Ma tant’è, in un attimo mi ritrovo a pensare a come sarebbe stato bello un concerto del Nostro alla fine degli ’80, con soli capolavori da diffondere a noi spettatori anelanti: magari Battiato ci piazzava una cover dei Pooh per sbagliarne almeno una, non so. L’altra sorpresa, e che sorpresa, viene diretta e limpida dal secondo album sperimentale del buon siciliano, Pollution: non è certo la più bella, ma Areknames è eseguita con forza, i giovani musicisti ci vanno a nozze e Battiato balla balla e corre su due zeppe che sembrano provenire dallo stesso periodo, quegli anni 70’ in cui il NOSTRO (qui serve tutto maiuscolo) aveva già le idee chiarissime e i suoi binari (o meglio le corde sue, e di Aries) correvano non lontane dallo sperimentalismo PinkFloydiano. Giusto il tempo per una Impressioni di settembre che il nostro ha fatto sua ormai da anni, e che stasera sarà l’unica cover (lo dico con un sospiro di sollievo, visti i risultati non sempre eccelsi dei vari Fleurs) ed è come se il concerto cominciasse per davvero. Benvenuti, questa la prima parola di Battiato dopo un’ora abbondante di bella musica su canzoni non tutte belle, e a pensarci a posteriori è come se quel saluto nascondesse un “non vi deluderò più” davvero autorevole. E fu così, scriverebbe un critico del XXII secolo, che non sbagliò più nulla. La stagione dell’amore (riarrangiata con chitarre, e come dice il prode al mio fianco le basi di Battiato si potrebbero musicare in qualsiasi modo, e sempre con ottimi risultati), Voglio vederti danzare, fino al duo magico Cuccuruccucu e Centro di gravità permanente, la prima parte si chiude con un pubblico finalmente esaltato, gridano tutti ed è qui che si vede la differenza tra belle canzoni e grandi canzoni: le mani fanno male dal tanto applaudire, il Nostrissimo non ha più gli acuti di un tempo e in certe fasi critiche chiede aiuto agli spalti ma tutto funziona a meraviglia adesso, i 25 euro del biglietto sono stati ripagati in poco più di un quarto d’ora di delirio e se passasse Sgalambro con un cappello in mano forse lascerei due euro anche a lui. Potere della vecchia bretone e del free-jazz-punk-inglese. La pausa è brevissima, il Nostro ha studiato la scaletta con cura e qui piazza un colpo da novanta, una saetta proveniente addirittura dal primo album, quel concentrato malato di chimica e filosofia intitolato Fetus: è Meccanica, brano degenerato nel senso più bello che si possa dare a questo termine con il Nostro che canta solo un minuto e poi svirgola sul sintetizzatore, mentre intorno i giovani pards provano a testare la resistenza delle corde e la batteria sembra esplodere. Pensavamo di vedere archi e ci ritroviamo non lontani dall’hard rock dei Deep Purple, da una Moby Dick abortita dai dieci tentacoli di quel mostro di John Bonham. Incredibile, penso. È ora di riposare, ce ne rendiamo conto tutti e cadono perfettamente le due ballate quiete della serata, E ti vengo a cercare e l’immancabile (non per questo meno desiderata)L’animale. Dal devasto alla commozione, Lui esce tra applausi scroscianti in attesa di regalarci il secondo bis, quello che consegnerà il concerto ai top-three della mia vita (con De andrè in testa e i Radiohead appena alle spalle): attacca L’era del cinghiale bianco, la platea è invasa da giovani che saltano e Battiato ci sguazza come un ventenne al primo singolo in classifica, corre e salta da un lato all’altro del palco e chi lo osserva da lontano come il sottoscritto è in una specie di limbo ammaliante, le mani che battono senza il governo del cervello. L’ultimo singolo è un medley, ed è così che speravo si chiudesse il concerto: La voce del padrone si snoda di fronte a noi, con i nostri ricordi di ascoltatori degli anni ’80 che quel disco l’hanno consumato a furia di iniezione ripetitive e ogni volta gaudenti. Ora non vorremmo essere da nessun’altra parte, tra una Bandiera bianca e i Segnali di vita, tra quel Sentimiento nuevo che chiudeva magistralmente uno dei capolavori della storia della musica (non solo italiana) agli Uccelli, in un finale di meditazione della testa mentre i palmi delle mani sono viola e la voce esce da sola, bravo, bravo. Sono passate due ore, lospettatoremediocioèio neanche se li ricorda i brani non eccelsi della prima parte e si allontana come dopo una messa laica sincera e generosa, un rito congegnato alla perfezione per tenerci in sospeso e poi colpirci al cuore. Alla riaccensione delle luci, se passasse Sgalambro con un cappello in mano forse lo abbraccerei anche. Alcune annotazioni sparse: questo sarebbe dovuto essere in teoria un articolo a quattro mani e due cervelli (quello di MIS e quello del computer, io il mio l’ho impegnato per comprare i fumetti). Alla lettura di quanto precede però mi sono lasciato prendere dalla depressione e dall’ansia di prestazione e quindi aggiungo solo delle piccole considerazioni personali: - il curling è uno sport bello ed emozionante e quindi non mi sembra il caso di dileggiarlo in questo modo (http://xoomer.virgilio.it/hotelmoh/curling/index.htm); l’ho visto fare in televisione e mi sono appassionato anche se non ho capito le regole. Se qualcuno le conosce... - Battiato è venuto al concerto vestito come un clochard ventenne ed anche un po’ daltonico: pantaloni blu, felpa verde e scarpe gialle ed enormi. Dopo un attimo di smarrimento gli si perdona anche questo... - dopo un’ora di concerto (come è detto sopra) Batty si rivolge alla folla con un “Benvenuti”. Devo essere sincero: io sono un fan dei suoi dischi anni ’80 (quindi salto con gioia tutta la produzone ipersperimentale precedente ed il delirio sgalambresco) e questo approccio affettuoso, dopo quello che aveva passato il convento fino a quel momento, l’ho preso come un “descùlpame compadre, fin’ora mi hanno costretto a cantare robazza degli ultimi anni, mò adesso arriva Patriots”. A posteriori devo dire che si trattava di un commento abbastanza ingeneroso visto il Battiato appassionato sentito anche sulle sue canzoni più “dubbie”, ma tant’è... - dietro di noi si trovavano dei simpaticoni che hanno urlato (ignorati) per tutto il concerto con un accento siciliano che sicuramente non era il loro: “Francuzzu... Francuzzu beddru...”. Non mi leggeranno ma mi piace pensare che, all’uscita del palazzetto, siano stati assaliti da una banda di zombie-bikers incazzati che hanno usato tratti del loro intestino per sostituire le cinghie delle loro scorreggianti Harley Davidson. - Alla riaccensione delle luci, se passasse Sgalambro con un cappello in mano lo riempirei comunque di calci nel sedere. di MARCO IL SANTO e diflot < svisi"at"libero.it > NOTE:
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